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Facolta: Scienze Politiche
Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
Anteprima dell’appunto:

Operando un discorso meramente costituzionale l’idea di Presidenza Imperiale implicita deve essere rigettata. La Costituzione americana, infatti, non prevede da la figura imperiale del Presidente. Il termine Presidenza Imperiale è piuttosto un’invenzione recente: è stata introdotta per la prima volta nel 1973 dallo storico Arthur Schlesinger che nell’omonimo libro operò un’attenta analisi atta a descrivere i caratteri della presidenza moderna.
Essendo, tuttavia, la Costituzione americana molto flessibile l’interpretazione giurisprudenziale e la prassi hanno favorito l’evoluzione della figura presidenziale.
Infatti, attenendoci a quanto prescritto dall’articolo II, ed in particolare alla sezione 1.1, il Presidente è semplicemente l’esecutore delle leggi. E, nella sua vaghezza, l’articolo ha lasciato libero spazio all’interpretazione: ad interpretazione larga – come quella attuata negli ultimi anni – corrisponde una figura presidenziale forte cui vengono attribuiti poteri “extra” che la Legge Fondamentale non aveva previsto. Ed è proprio questa lettura elastica il preludio alla Presidenza Imperiale. Il potere assoluto esercitato al di là della legge è il fondamento dell’imperialismo. L’eccessivo ricorso, da parte del Presidente, ai suoi più stretti collaboratori e l’applicazione di poteri impliciti sono le caratteristiche peculiari della Presidenza Imperiale. In effetti, il potere implicito è un potere talmente vasto che, in teoria, non conosce limiti. Implicito è il potere non espressamente previsto dalla Costituzione, ma da questa desumibile, che la prassi e la giurisprudenza della Suprema Corte hanno reso “legittimo”. Ed è il potere implicito ad aver permesso alla Presidenza di evolversi, sino ad oggi, perché se dovere del Presidente è quello di garantire il benessere della Nazione, allora ogni sua azione che in un modo o in un altro possa garantire questo risultato si configura automaticamente come legittima.
Tuttavia, almeno nell’idea originale dei Framers, il Congresso è la prima branca del Governo e resta l’attore con il maggior potenziale d’autorità – e non è quindi sempre d’accordo a cedere una fetta della propria autorità all’Esecutivo – laddove la Corte Suprema è il freno posto ai soprusi dell’uno e dell’altro perché concede il suo placet, di volta in volta, ad un organo o all’altro. In altre parole, se l’Esecutivo si espande ed accresce il proprio potere è solo perché il Congresso ha deciso in tal senso: ad un Congresso attivo e presente non potrà mai corrispondere una Presidenza forte ed Imperiale. Quando la resistenza che il Congresso oppone è troppo blanda, la Presidenza Imperiale assurge alla sua massima espressione. Il Congresso tuttavia non potrà mai godere del prestigio, dell’autorità morale, della legittimazione politica di cui invece gode il Presidente: le aspettative e le speranze del popolo americano sono riversate tutte sul Presidente, che quindi diviene il portavoce degli interessi della Nazione.

La Corte Suprema allora, resta l’unico vero baluardo del sistema. Con la sua giurisprudenza – o con la sua inerzia – contribuisce all’allargamento dei poteri presidenziali, specie in campo militare ed internazionale. La Corte Suprema è l’ago della bilancia che, andando oltre l’acquiescenza del Congresso, si comporta in modo imparziale ristabilendo l’equilibrio dei checks and balances.

Così fu quando, la Corte nel 1863 autorizzò il Presidente Lincoln ad operare il blocco dei porti del nord (The Prize Cases), ma condannò il fatto che avesse sospeso l’habeas corpus (Ex Parte Merrimam) perché considerata procedura spettante in via esclusiva al Legislativo.
Oppure quando, con la Ex Parte Quirin, la Corte interpretò in senso restrittivo i procedimenti avviati contro otto cittadini tedeschi – appoggiando quindi la decisione del Presidente Franklin Delano Roosevelt di aprire commissioni militari speciali per sottoporli a processo.
Negli anni della Guerra Fredda poi, la Corte respinse il tentativo del Presidente Truman di nazionalizzare l’industria dell’acciaio allo scopo di evitare pericolosi scioperi nel settore e nell’epopea nixoniana adempì appieno il suo compito primario, facendosi garante della giustezza costituzionale e respingendo l’oltraggiosa pretesa del Presidente di utilizzare il privilegio dell’esecutivo come un passe-partout.
Negli anni di Reagan la Corte si trovò invece a ristabilire l’equilibrio in senso inverso: in effetti, con la Bowsher v. Synar donò all’Esecutivo le competenze usurpate dal Congresso mediante l’applicazione del Gramm-Rudman-Hollings Deficit Control Act con cui si attribuiva ad un Comptroller General il potere di tagliare autonomamente ogni eccesso nella spesa.
L’11 Settembre, infine, ha reso la Corte conscia dell’importanza della forte leadership presidenziale condannando la pretesa dell’amministrazione Bush di poter incarcerare indeterminatamente ed indefinitamente chiunque questi sospetti di legami terroristici.


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