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Facolta: Medicina e Chirurgia
Corso: Infermieristica
Anteprima dell’appunto:

La ricerca di elementi che diano un margine di certezza su quale triage sia più adatto in un MCI, rispetto ad un altro, ha disatteso le aspettative di questa tesi. I motivi possono essere molti, il primo si può ricondurre alla difficoltà o meglio all’impraticabilità di poter testare un triage in un contesto di emergenza reale, un altro, e non meno importante, di ordine etico. Sebbene sia emerso un algoritmo (Careflight Triage) con indubbie capacità di sensibilità e specificità rispetto agli altri , si evidenzia che i discriminatori utilizzati negli algoritmi (Pulsatilità radiale presente che presuppone una sistolica >80mmHg; Capillar refill come parametro di ipovolemia) non siano ancora stati validati e ciò porterebbe oltre che a modificare significativamente i risultati dello studio stesso anche a mettere in discussione la validità dei discriminatori.Allora sorge spontanea una domanda: ha senso parlare di specificità e sensibilità di un Triage quando i discriminatori chiamati a categorizzare sono essi stessi in posizione dubbia in merito alla loro specificità e validità?La risposta può variare in base al punto di osservazione :1)il predittore è il perno e il senso della valutazione stessa in un algoritmo di triage e se risultante non sufficientemente specifico e idoneo può inficiare il procedimento decisionale stesso.2)Il predittore è all’interno di un processo decisionale che sebbene possa avere punti deboli in termini di specificità o validità, agli step successivi di valutazione di triage possono emergere ed essere corretti.Il meccanismo decisionale e la conduzione di un triage possono avere numerosi punti deboli: 1)il carico di stress dell’operatore (decisione operatore-dipendente) nel momento in cui deve prendere una decisone sul tipo di categoria da assegnare alla vittima .2)gli ingranaggi gestionali che seguono la fase di triage “prima occhiata“ sul campo. 3)difformità tra il sistema triage extraospedaliero ed intraopsedaliero in cui le procedure routinarie non trovano punti di contatto operativo sul campo.4)maggiore o minore familiarità delle dinamiche decisionali in caso di MCI.5)maggiore o minore chiarezza sulle dinamiche operative degli addetti ai lavori in caso di MCI.6)la scelta del tipo di discriminatore.Allora come superare tale empasse?Prima di tutto attraverso la cultura dell’informazione e della formazione. Per maggior chiarezza possiamo portare come esempio l’indagine descrittiva condotta sul territorio nazionale italiano in cui il 48% dei C.O. 118 non è a conoscenza della presenza dei Lotti Catastrofe in Provincia o presume non siano ancora a disposizione. Il fattore che gioca a sfavore è la bassa frequenza di presentazione, in 5 anni, degli incidenti in cui si siano superate le 20 unità di vittime (il 55% dei sistemi 118 provinciali non si è mai trovato in tale situazione) e quindi prevale l’opinione della non necessità di risolvere eventi futuribili.Per pianificare un MCI e quindi scegliere il tipo di algoritmo bisogna pensare a ciò che la gente è più probabile faccia in stato di stress e quindi, per minimizzare un possibile impatto sfavorevole, cercare di puntare sulla semplicità, sulla pratica e sulla familiarità. (…)Non solo, la presenza di operatori sanitari formati risolverebbe le questioni legate al numero delle categorie da utilizzare, alla problematica legata al codice Blu, ecc. Inoltre, gli indubbi pregi dei discriminatori anatomici associati alle capacità valutative di quelli fisiologici potrebbero trovare collocazione in una flow-chart decisionale realizzando, così, l’auspicabile capacità e precisione predittiva di un Disaster Triage. In circostanze di maxi emergenza il numero degli operatori in grado di fare triage ed essere a conoscenza di come funziona la macchina dei soccorsi gioca un ruolo determinante nel riuscire a portare il meglio a più persone in breve tempo, inoltre eviterebbe di creare l’emergenza nell’emergenza con la perdita del controllo della scena .Allora la risposta potrebbe essere sicuramente positiva, ma è necessario considerare che ancora il 39 % dei medici, il 35% degli infermieri non superano le 2 ore e solo il 27% dei medici e il 36% degli infermieri superano le 8 ore all’anno di formazione in un contesto MCI.In conclusione, si è visto che un triage perfetto (non operatore–dipendente; presenza di discriminatori che diano misurazioni oggettivamente inoppugnabili) ed applicabile a tutte le situazioni non esiste; anzi a costruirlo pensando che possa andare bene in ogni dove lo si rende inevitabilmente rigido ed inappropriato. (…).


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